Mese: gennaio 2013

The Wall - Pink Floyd - Avidità e manipolazione

[message_box type=”info”] Preambolo: sono quasi certo che sto per attirarmi le ire di molti e che, altrettanti, decideranno di non seguirmi più sul blog e sui social ma io sono uno che bada alla qualità, anche delle persone. [/message_box]

Fare SEO e parlare di SEO sono due cose diverse

La SEO è bella perché è varia.

  • Ci sono (fortunatamente tante) persone che fanno SEO il 90% del tempo, e il nel rimanente 10% scrivono articoli sulla SEO.
  • Ci sono (altrettante) persone che fanno SEO (e nemmeno tutti fanno SEO) il 10% del tempo, e il 90% scrivono articoli sulla SEO.

Per quanto scrivere, in sé, sia un cosa bellissima (ve lo dice uno che in periodo di esami di maturità, piuttosto che preparare adeguatamente la tesi [di cui in seguito scoprirete l’argomento], girava le case editrici per farsi pubblicare un romanzo), scrivere bene è un’altra cosa.

Scrivere bene e apportare un reale valore aggiunto al lettore, è un mondo a sé.

[message_box type=”alert”] Vi fidereste di un medico che opera solo il 1° di ogni mese e che passa tutti gli altri giorni a scrivere articoli su “come si opera“? Non sarebbe paradossale? [/message_box]

Cosa serve per scrivere qualcosa di utile

Per scrivere un articolo interessante e di qualità, che possa fornire realmente concetti e idee utili al lettore, c’è bisogno, secondo me, semplicemente di 4 cose:

  1. prima di tutto serve il nucleo dell’articolo: un argomento consueto ma da rivisitare //  un argomento hot o di grande interesse // semplicemente un nuovo argomento da esplorare //
  2. una tesi personale sull’argomento che, magari, è originale // alternativa // interessante // innovativa //
  3. la tesi necessita di supporto, ossia argomentazioni // media // risultati // test // citazioni // testimonianze // ecc // di qualità che devono-dovrebbero essere: mai scontate // lunghe e dettagliate // eye popping // divertenti // irriverenti o sconvolgenti // ecc //
  4. una volta che l’articolo è pubblicato, il post-publish è importante quanto il pre. Un’articolo, se è interessante, smuove le acque e spinge i lettori a // commentare con approvazione // commentare con disapprovazione // condividere sui social // commentare con idee antitetiche // ringraziare // proporre nuovi argomenti // proporre nuove tesi e argomentazioni sullo stesso argomento // contestare le argomentazioni // ecc //. In questa fase, quindi, è importante confrontarsi con l’utenza per dare una risposta a tutti, cercare di portare valore alla propria tesi smontando e confutando quella altrui e, se ci si accorgesse di un proprio errore o della maggiore validità della tesi di un altro, bisogna essere pronti a smentirsi // mettersi in gioco // cambiare idea // ringraziare gli altri di questo. (questo metodo basato sulla prontezza al cambiamento è abbastanza famoso)

Questi semplici punti sono sufficienti per creare un contenuto che io stesso sarei felice di leggere, condividere e commentare. Purtroppo, però, ci sono dei colleghi che, più o meno intenzionalmente, trasformano la lista precedente, in quest’altra:

  1. Ideazione dell’argomento
  2. Creazione di un testo “riempitivo” relativo all’argomento scelto
  3. Il post-publish è il monitoraggio dei guadagni AdSense

Qualcosa è utile se il suo scopo è dare un contributo, e non guadagnare per sé

Qui dobbiamo fare un piccolo appunto: ci sono molti colleghi che, oltre a gestire i siti dei clienti, creano siti e portali personali che generano dei guadagni monetari tramite AdSense (o altre forme di affiliazione). Tanto di cappello!

Se, tramite il nostro lavoro, riusciamo a creare dei siti “interni” che macinano guadagni con AdSense grazie a paginette posizionate sui più svariati settori, c’è solo da andarne fieri =)

Il problema di questa “smania del guadagno a tutti i costi” sorge quando questo tipo di tecnica commerciale viene applicata ai nostri siti personali/agenzia. Molte persone, pur spacciandosi per SEO affermati e dalla lunga esperienza, esperti di marketing, comunicazione, visibilità, ecc, utilizzano i propri blog SEO proprio come se fossero il solito minisito “made for AdSense“.

[message_box type=”success”] Piccolo appunto personale: quando lanciai il blog su DaniloPetrozzi.it, la prima cosa che scrissi (e che ribadii attraverso un vero e proprio manifesto etico) fu il fatto che il mio blog non avrebbe mai e poi mai previsto nessuna forma di guadagno personale perché a me sarebbe piaciuto scrivere per gli utenti e non per il mio portafogli. Immerso in una blogosfera in cui la pubblicità è diventata il carro trainante di tutto lo “scibile”, vi giuro che mi sono sentito io quello “troppo diverso”, l’alieno di turno. Visto il feedback quasi carente, mentre quello di altri pseudo-portali cresceva, ho deciso di chiudere il blog e scrivere tutte le mie idee direttamente su EspertoSEO. Fortunatamente, quando si scrive per la gioia di farlo, qualche articolo tecnico e qualche articolo divertente mi hanno già dato delle soddisfazioni. [/message_box]

Scrivere articoli sulla SEO, SEM e Marketing in generale, è complicato e merita un minimo di coscienza: non può essere un settore come gli altri, utile solo fare quante più impression possibili, per aumentare il CTR sulla pubblicità!

Nessuno obbliga i bloggers a scrivere articoli molto tecnici e complessi destinati a un pubblico molto tecnico e complesso. E’ possibile parlare di tantissimi argomenti in modo molto approfondito, riuscendo a carpire allo stesso tempo i colleghi, i SEO della prima ora e anche chi si affaccia a questo settore per le prime volte.

La tesi del “scrivo post corti e di argomento semplice perché il mio pubblico è generico e poco tecnico” è una grande stronzata. Se io, a 18 anni, invece della solita tesina sulle guerre mondiali o sul bullismo o sull’adolescenza o su Giacomo Leopardi o su *altro argomento furbescamente trito e ritrito che permette di evitare domande orali su quella materia specifica*, ho scelto di fare una tesi sull’effetto placebo e nocebo dei farmaci, sugli studi in doppio cieco in ambito medico e sulla fenomenologia dell’omeostasi, significa che, se una cosa ti interessa e ti piace, anche chi ha zero conoscenze in materia si può interessare dell’argomento più astruso e complesso.

I 5 modi per capire se un blogger ti sta facendo perdere tempo

Dopo la lunghissima introduzione a questo “core” divertente, è giunto il momento di elencarvi quali sono i 5 modi per capire se un blogger ti sfa facendo perdere tempo.

Ho notato, con dispiacere, che i blog orientati al massimo guadagno, piuttosto che al massimo contributo, seguono generalmente un pattern che si ripete, una sorta di leit-motiv della scarsa qualità, che ho tentato di riassumere in questi punti.

La domanda, a cui sto per dare la mia interpretazione, è: come si riconosce un blogger che ti sta facendo perdere del tempo prezioso?

1) I numeri magici nel title

I post che generalmente hanno un contenuto inesistente, che non apportano nuove informazioni reali al lettore, e che sono ideati per garantirsi ottime impressions e ottimi posizionamenti SEO, sono tutti quei post che iniziano con un numero (o che ne contengono uno nel title). Anche questo post che state leggendo, infatti, inizia con un numero: è una palese ironia. A parte qualche raro caso, i blogger che “serialmente” (=in modo seriale) pubblicano articoli che iniziano con un numero, seguito come spesso accade, da frasi motivazionali o comportamentali, sono post che, secondo la mia modesta opinione, fanno perdere tempo. Esempi classici, che mi sto inventando, sono // 5 modi per attirare nuovi clienti // 21 cose da dire al primo appuntamento // gli 11 modi per fare più preventivi SEO domani // come posizionare un sito in 6 semplici passi // aumenta la tua visibilità sociale in 5 minuti //. Nella maggiorparte di questi casi, il contenuto di 200-300 parole è facilmente riassumibile in una o due frasi concrete. Tutto “l’abbellimento e arricchimento testuale” è utile solo per fare massa, che è totalmente inutile per il lettore = perdita di tempo. Curiosità: la query intitle:”modi per” restituisce 54.000 risultati, fate voi…

2) Gli elenchi puntati

I post che, a leggere il titolo, “snocciolerebbero” un grande argomento attraverso una semplice lista puntata sono generalmente inutili o, comunque, insufficienti. In un recente articolo sugli Anchor Text me l’ero presa con un articolo di econsultancy.com (non perché abbia qualcosa contro di loro, era uno dei primi che trovai in rete quel giorno). Ironia della sorte, quell’articolo corrisponde esattamente a questi primi due punti della mia lista. Il titolo di quell’articolo infatti era “Seven quick tips for anchor text links in 2013“. Se, da un lato, sono stati onesti  precisando che si trattasse di “quick tips”, quell’articolo ha fatto il giro del web, anche in cima a Inbound.org, come fosse una sorta di “Bibbia anti Penguin”: purtroppo ci sono solo 7 punti che, anche con tutta l’onestà possibile, non aiutano minimamente chi è affetto da Penguin.

3) Marketing persuasivo inconscio

Oltre a questi due segnali di “marketing persuasivo“, ce n’è un altro molto potente, il cui unico scopo è attirare inconsciamente l’utente a leggere (e quindi a fare impression) [se il mio contenuto fosse ottimo e il mio scopo fosse solo quello di divulgare, non avrei alcun motivo di attirare utenti in modo subliminale, no?]. Il trucco è inserire nel titolo dei post una frase emozionale che colpisca direttamente, ma inconsciamente, le abitudini, scelte, idee o convinzioni della persona. Il titolo di questo mio post !!volutamente ironico!! è “5 modi per capire se un blogger ti sta facendo perdere tempo“. Attraverso questa frase, senza neanche conoscervi o sapere chi siete, cosa fate, qual’è il vostro livello di informatica/SEO, io ho preventivamente insinuato che già adesso, in questo istante, voi cari miei lettori state sbagliando qualcosa: state, addirittura, perdendo tempo senza saperlo e io ho la soluzione, quindi dovete leggere per forza. Se il titolo fosse stato “come riconoscere i blogger che fanno perdere tempo“,  nel caso in cui avessimo letto il titolo ma non l’articolo, la reazione inconscia del nostro cervello sarebbe stata:  non ho letto questo articolo, quindi non saprò mai come si riconosce un blogger che fa perdere tempo, pazienza. Con il mio titolo, invece, nel caso in cui non aveste letto l’articolo, il cervello vi avrebbe mandato un’altro segnale inconscio:  non ho letto questo articolo, quindi, probabilmente, continuerò a sbagliare, perché qualche blogger mi sta facendo perdere tempo. Il cervello, avendo inconsciamente percepito la possibilità di un nostro comportamento dannoso attuale e continuo, ci incita maggiormente a leggere quell’articolo, perché ci sentiamo più direttamente coinvolti come vere e proprie vittime. I classici titoli che abusano di questa debolezza mentale potrebbero essere // 10 motivi per cui il fumo passivo uccide chi ti sta intorno (invece di “conseguenze del fumo passivo”) // Perché non stai sfruttando il tuo blog come dovresti (invece di “come utilizzare un blog al meglio”) // Un’altro esempio palese è la pubblicità televisiva di Register.it: invece di dirti “per aumentare i tuoi clienti usa Register“, ti dicono “smettila di mandare via potenziali clienti ogni giorno e quindi usa Register“.

4) Dividere rende più che aggregare

Piuttosto che aggregare contenuti simili in un grande articolo strutturato, come spero sia diventato questo, il “blogger che fa perdere tempo” generalmente, quando vuole puntare su un argomento, crea più articoli che divergono per pochissimi concetti. Se io dovessi fare, ad esempio, un bel post riassuntivo delle mie previsioni SEO per il 2013, probabilmente farei un articolo intitolato “Le mie previsioni per la SEO del 2013” e farei un contenuto molto lungo e dettagliato. Ora, con tutta l’onestà che possedete, quante volte vi è capitato (magari anche con altri argomenti, quello della previsione per il 2013 è solo un esempio) di vedere post dello stesso autore che magari hanno questi titoli:  Previsioni SEO per il 2013 // Come cambierà la SEO nel prossimo anno // In che modo Panda influenza la SEO del 2013 // Come proteggersi da Penguin // Gli annunci di Matt Cutts per la SEO del futuro // La SEO è morta // La SEO è ancora viva // ecc… Tutti questi titoli, con piccolo content annesso, si sarebbero perfettamente integrati all’interno di un unico articolo corposo, che avrebbe sicuramente riscosso più successo in termini di engagement , condivisioni e commenti (ma non di AdSense..). Voi, ad esempio, linkereste e citereste nel vostro blog il mini-articolo di un collega che parla di “Come proteggersi da Penguin”? Forse no. Ma se un SEO propone un gran bell’articolone sulle previsioni SEO del 2013 parlando dettagliatamente di tutti i punti che abbiamo detto sopra? Non vi verrbbe voglia di leggere, commentare, citare e, se necessario, contestare e dibattere? a questo servono i blog!

5) Quantità e qualità

Un altro meccanismo per capire se un blogger ti sta facendo perdere tempo è la frequenza di pubblicazione. Lo lascio per ultimo perché è molto aleatorio e non è preciso come i precedenti. Chi riesce a pubblicare 10-20 articoli SEO al giorno sul proprio blog o non fa SEO, o ha qualcuno che scrive per lui o scrive fregnacce (non vedo altre possibili spiegazioni). E’ tecnicamente impossibile dare la giusta importanza e il giusto livello di profondità e dettaglio a 10 articoli in un solo giorno. (Solo per ideare questo articolo e scrivere qualcosa di sensato, prima di rifinire tutto, mi ci sono volute almeno un paio di ore). Se non da un punto di vista “contenutistico“, scrivere 10 (ma anche 3-5, secondo me) articoli di qualità al giorno è tecnicamente impossibile: anche se riuscite a scrivere sulla tastiera a velocità inimmaginabili ci sono proprio dei limiti umani (e quello che vi parla è un record di velocità su tastiera sia in europa sia alle Olimpiadi Microsoft :P). Dopo un certo periodo di tempo, credo, che anche un post a settimana sia difficile da mantenere. Se vogliamo mantere uno standard particolarmente elevato (che, come abbiamo capito, interessa sopratutto a chi vuole contribuire, non a chi bada solo al CTR degli ads), qualcuno potrebbe dire che l’ottimo sarebbe un gran bell’articolo ogni 10 giorni. Basta guardare l’esempio del Whiteboard friday di SEOMoz, anche se ci sono (50? 100?) dipendenti dentro quell’agenzia, dopo un pò non sanno più che inventarsi e (purtroppo) devono fare dei video un pò inutili per non mancare all’appuntamento. Sempre per parlare dei grandi big-blogs-of-SEO, avrete sicuramente notato che tra i grandi blog c’è sia chi enfatizza i singoli post ricchi di contenuto (come Distilled o Seobook  per dirne due) e chi invece punta tutto sulla quantità dei contenuti a scapito, c’è da essere onesti, della qualità (come SearchEngineWatch).

Conclusione e note finali

Anche se questa è la conclusione, devo sottolineare un bel pò di cose 🙂

I punti che ho dibatutto sopra sono, logicamente, ampiamente aleatori, nel senso che un blogger non è automaticamente un “causatore di perdita di tempo” ( non trovavo l’espressione giusta 😀 ) se rispetta tutti i punti. Ci sono moltissimi articoli che hanno il numero nel titolo, che hanno miniliste, ecc, che sono comunque di ottima qualità. Io ho parlato solo di un “pattern” che si ripete, di linee generali che vedo sempre più associate a “quel modo” di concepire il blogging.

C’è anche da dire, che ci sono moltissimi articoli di scarsa o assente qualità che non rispettano minimamente questi parametri 🙂

Come vi ho già spiegato, io ho usato il titolo volutamente “persuasivo” solo per ironia. Non ho la presuzione di poter giudicare in modo indiscutibile le attività degli altri. E, se c’è anche bisogno di dirlo, quando io faccio questa critica ai blogger di “un certo tipo”, sto ovviamente criticando i loro articoli, e non la persona. Mai e poi mai mi permetterei di giudicare gli autori o blogger che scrivono ciò di cui ho parlato. La mia è una critica all’attività che svolgono e non alle persone (che possono tranquillamente essere le persone migliori del mondo, con cui anche io potrei avere tranquillamente ottimi rapporti). La critica, infatti, è diretta al modo di concepire il blogging SEO/informatico che, secondo me, deve essere rivalutato, “scollato” da tristi logiche pubblicitarie e autoreferenziali e “elevato” a uno standard qualitativo un pò più alto.

Infine, fatemi dire che io non ce l’ho assolutamente con nessuno in particolare. Se le mie critiche hanno turbato e irritato qualcuno mi scuso in anticipo perché non è assolutamente questo il mio scopo.

Al mio via scatenate l’inferno!

Chiunque abbia voglia di commentare, ringraziare, criticare (insultare? :D) è libero di farlo:  lo spazio dei commenti, qui sotto, serve proprio a questo!

E dato che l’unico mio interesse è divulgare e discutere, mi farebbe (veramente) piacere conoscere la vostra opinione riguardo ciò che ho scritto, positiva, neutrale o negativa che sia!

PS. spero vivamente di non essere un blogger che vi ha fatto perdere tempo 🙂

[message_box type=”info”] PPS. Emanuele Tolomei ci consiglia questo post di approfondimento di Blueglass.com che, ironia della sorte, inizia con un numero ma è fatto bene 😛 [/message_box]

Statistiche SEO

Le statistiche sono una cosa seria: anche nella SEO

Negli ultimi mesi stiamo assistendo a una vera e propria esplosione di statistiche, analisi e correlazioni di ogni tipo, anche in ambito SEO. In questo breve post cerco di dare la mia visione su questo argomento che, secondo me, sta diventando sempre più un argomento da bar piuttosto che una vera scienza.

La statistica non è solo la massa di “noiosi” documenti dell’ISTAT o il metodo per pubblicizzare un determinato evento, prodotto, sondaggio politico, e via dicendo. La statistica è una vera e propria materia scientifica: una scienza al pari di tutte le altre. Se consideriamo che le origini storiche della statistica sono abbondantemente precedenti rispetto, ad esempio, al Cristianesimo, possiamo immaginare che essa  non rappresenti un semplice “divertimento moderno”.

Premessa

Una quantità sempre maggiore di siti e blog SEO hanno incominciato a affiancare le proprie teorie e supposizioni, a grafici e rilevazioni statistiche di “supporto” in grado, secondo loro, di certificare matematicamente e sopra ogni ragionevole dubbio le loro teorie. Il fatto di “modellare” e “sfruttare forzatamente” i dati statistici per portare valore alle proprie argomentazioni è diventata, purtroppo, una pratica sempre più frequente (sopratutto in ambito commerciale e politico). L’idea di fondo è che un’analisi statistica può portare a una teoria, e non il contrario. Non è la teoria che deve cercare disperatamente una statistica da utilizzare come argomentazione. Dopo questa breve introduzione, faccio due premesse:

1) L’idea di questo articolo nasce da un post simpatico su G+ di un certo Eivind Savio, che ha postato la seguente immagine titolata Causation Vs Correlation:

L’immagine sembra rappresentare un mix di due grafici per dimostrare una correlazione statistica tra il market share di Internet Explorer e il numero di omicidi negli Stati Uniti. Visivamente, e appunto “statisticamente”, sembra esserci una correlazione numerica tra la quota di mercato di IE e gli omicidi negli Stati Uniti. All’abbassarsi della quota di mercato di IE calano gli omicidi.. Poi, basta accendere il cervello due secondi, per capire che è uno scherzo grafico ironico organizzato da Savio, che voleva ovviamente prendere in giro le altre correlazioni statistiche sparse per la rete.

2) La seconda idea che mi spinge a fare questo post deriva dalle considerazioni che ha fatto Emanuele, e che io condivido al 101%, riguardo un post di SearchMetrics che ha fatto il giro del web. Qualche mese fa la nota software house ha fatto uno studio statistico nel quale verrebbero riuniti i “Ranking Factors” di Google, ossia i fattori per posizionarsi su Google. L’immagine riassuntiva dello studio è la seguente:

Grafico Ranking Factors Search MetricsLa prima cosa che salta subito all’occhio è che, secondo Search Metrics (che gestisce un index enorme, al pari di SEOmoz e degli altri tools), il fattore in assoluto più importante per il posizionamento (ranking) sono le condivisioni su Facebook, anche più del numero di backlink. Al terzo, quarto, quinto e sesto posto c’è sempre un social di mezzo: lo avreste mai detto? Avreste mai detto che uno share su facebook vale quasi 9 volte più della key nell’url?

Dopo aver brevemente esposto le cause che mi hanno spinto a fare il post passiamo agli esempi!


Definizione e esempi di correlazione statistica

La definizione che Wikipedia ci fornisce di “correlazione statistica” è:

In statistica per correlazione si intende una relazione tra due variabili casuali tale che a ciascun valore della prima variabile corrisponda con una certa regolarità un valore della seconda.

Secondo questa descrizione, quindi, lo studio di Search Metrics è a tutti gli effetti una vera e propria correlazione statistica. Da un punto di vista tecnico e formale, senza applicare nessun conseguente ragionamento e studio interpretativo, Search Metrics ha eseguito una correlazione statistica assolutamente perfetta.

Ok, dopo aver rispolverato i grafici di Excel, vi propongo anche io tre correlazioni statistiche tecnicamente ineccepibili:

Rapporto tra utenti Facebook e lavoratori

L’immagine di cui sopra dimostra statisticamente la correlazione numerica inversa tra il numero di milioni di utenti di Facebook e la percentuale di occupati giovani tra i 15 e i 24 anni, nel periodo storico tra il 2005 e il 2010. E’ evidente a tutti che, statisticamente, quando aumenta il numero di registrati su Facebook, diminuisce il numero di lavoratori giovani.

Rapporto pensioni e quota internet explorer

In quest’altro studio, è possibile notare una nuova correlazione inversa. Quando la quota di mercato di Internet Explorer scende, le pensioni medie degli italiani salgono: statisticamente, è così.

Rapporto produzione automobili e risoluzione dello schermo

Stavolta vi offro una correlazione diretta di indiscussa validità scientifica. Studi scientifici dimostrano che quando le persone usano la risoluzione 1024*768 la produzione mondiale di automobili aumenta della stessa misura, viceversa quando gli utenti scelgono risoluzioni diverse dalla 1024, il mercato globale di auto risponde con un calo di produzione istantaneo. Marchionne, questo è un business plan! 😀

 


Correlation is not Causation

Dopo queste tre divertenti statistiche che non hanno assolutamente nessuna “vera” correlazione, tutti avrete capito che il problema, quando si parla di statistiche, è il cosidetto errore di correlazione. In questo bell’articolo, ad esempio, ci viene spiegato che l’errore di correlazione consiste nello “scambiare una correlazione per una relazione di causa-effetto“. Per le spiegazioni tecniche di stampo statistico vi rimando allo stesso articolo linkato poco fa, ma vorrei copiare una delle ultime frasi: 

la correlazione fra due variabili è condizione necessaria, ma non sufficiente al nesso causale

 

Se appliciamo questi nuovi concetti allo studio di Search Metrics possiamo fare alcune considerazioni:

– Il titolo “Ranking Factors” è una totale cavolata volutamente inserita dai creatori per aumentare lo “share appeal” dello studio

– Un ranking factor è un fattore che determina il posizionamento. Prendere dei siti che sono già posizionati e estrapolarne le caratteristiche credendo che queste siano influenti al posizionamento stesso è un errore particolarmente grave. (che insulta l’intelligenza dei lettori del blog..) Durante il SEO Contest 2012, per fare un esempio semplice, mi sono divertito a modificare la mia homepage inserendo una serie di fotografie senza senso e codice html totalmente rovinato. Pur rimanendo primo (per alcuni giorni), tutti sappiamo che quelle azioni non sono assolutamente dei “ranking factors” ma, se fosse passato il crawler di SearchMetrics in quel periodo, avrebbe rilevato il mio codice distrutto come “fattore di ranking” per la key stellissimo: assurdo!

– Search Metrics ci dice, sostanzialmente, quali caratteristiche possiedono i siti che si sono già posizionati. Il fatto dei segnali sociali in cima alla classifica è facilmente spiegabile: se io sono in terza pagina avrò ZERO visibilità, ma se sono primo su tutte le keyword del mio business è logico aspettarsi un naturale e fisiologico boost delle metriche social (likes, share, tweet ecc) che, in questo caso, diventano una conseguenza del ranking, e non una causa.

 – Lo studio di Search Metrics non solo è totalmente sbagliato, ma è anche dannoso. Chi non si è posto il dubbio della correlazione-causalità dei fattori, potrebbe prendere alla lettera lo studio di SM e interpretare i risultati come dei veri ranking factor. Incredibile ma vero, il fattore più dannoso per il ranking secondo SM è la lunghezza del content: una rivoluzione! Niente più content marketing, testi di qualità: dobbiamo creare contenuti striminziti di un paio di righe e keyword stuffing a gogo!

– Oltre a fare dei contenuti minuscoli, lo studio di SearchMetrics ci consiglia anche di evitare l’uso della keyword nell’H1 e anche nel title! ( sono addirittura considerati fattori negativi di ranking! ). E ora su, tutti a fare queste modifiche! Poi ci vediamo tutti in tribunale quando tutti i clienti spariscono day/night dalle SERP e ci chiedono i danni 😀


In conclusione

La statistica è una materia interessante (e molto più complessa di quanto si crede) ma, essendo una scienza, deve essere fatta da persone capaci e competenti: non basta aggregare un pò di cifre e dare un titolo “interpretativo” dal forte sex-appeal, per costruire un’analisi seria (tralaltro di uno degli argomenti più importanti dell’intera SEO).

Ne io, ne Emanuele, ne nessun’altro in ufficio, è esperto di statistica. Proprio per questo noi, al massimo, ci divertiamo a pubblicare test, casi studio e simili, ma non abbiamo e non avremo mai la presunzione di pubblicare correlazioni scientifiche indiscutibili, per lo più sulla SEO, in cui basta un errore per distruggere un business in una notte.

Come avrete capito, questo post è sostanzialmente un piccolo appunto per chiarire la differenza tra correlazione e causalità, e per ribadire l’importanza di serietà e metodo in una materia scientifica sempre più abusata.

Due ultime cose: riguardo al caso specifico di Search Metrics lascio rispondere a Emanuele agli eventuali commenti (che tralaltro per qualche mese ha usato proprio Search Metrics a pagamento come tool SEO, quindi ne sa più di tutti :D). Sempre riguardo al caso SM, vorrei precisare che numerosi colleghi e blog SEO avevano già affrontato i fattori nel dettaglio, evidenziando già la differenza tra causalità e correlazione ( Enrico Altavilla, blog SEO GT e Forum GT, ilbloggatore, tagliaerbe e tanti altri).

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Anchor Text
Piccolo appunto. Dopo aver deciso di chiudere il blog del mio sito per varie ragioni, ho deciso di pubblicare tutti gli articoli direttamente sul blog di Esperto SEO. Un motivo in più per seguirlo 🙂 In più, se c’è bisogno anche di dirlo, ci tengo a precisare che tutte le critiche e le opinioni sono assolutamene personali.

Gli ultimi giorni sono stati caratterizzata da una grandissima quantità di articoli riguardo la gestione degli anchor text in epoca post Penguin. Solo negli ultimi due giorni sono divenuti quasi virali due importanti articoli sull’argomento che comunque non hanno minimamente affrontato il problema concreto: come si pianificano e si scelgono gli anchor text.

Il primo articolo è un caso studio proposto da SEOmoz sugli anchor text post Penguin, e subito pensiamo “ah!“. Poi però ci accorgiamo che è un articolo del blog secondario (quello degli utenti) che poi è passato sul blog principale (quindi non è un post scritto dai colleghi di SEOmoz).  Poi mi accorgo che la prima frase con cui presenta lo studio è “Instead of trying to sound cool and acting like I designed a super professional case study, I’ll just tell you how it really happened.” Bene, già mi avvisa che che il caso studio non sarà super professionale ma che ci racconterà le cose spontanee che sono successe (ci dice anche che lui stava semplicemente facendo SEO su un nuovo dominio e che solo successivamente ha voluto scriverci un articolo).

Onestamente, dopo averlo letto, non ho acquisito nessuna informazione aggiuntiva e, mi dispiace dirlo, ho letto tante informazioni che già conoscevo (e che sono semplici considerazioni generiche a cui tutti siamo già arrivati). Tanto di cappello, comunque, per l’autore (che non conoscevo), che oltre a 1000 tweet, 100+ like su SEOmoz (neanche Fishkin ci arriva) si è presto un bel link follow verso il suo sito personale che, neanche a dirlo, esordisce dicendo “Inserisci la tua email per ottenere l’ebook gratuito, i video e le email: come guadagnare realmente 5000$ al mese online“, vabbè…

Apro una parentesi: Fare test/casi studio originali e interessanti è una cosa complessa e non può essere fatta per caso o per gioco.  Tempo fa, per fare un esempio di casi studio fatti con criterio, ho notato e volontariamente pubblicizzato un test molto interessante sull’eye tracking proposto dai colleghi di Dejan SEO. Qualche settimana fa hanno fatto dei test sul nuovo nofollow inserito di proposito da Google nei link interni di Google+ (e Matt Cutts ha dovuto rispondere di questo). Oppure un mese fa, mentre mi divertivo a fare ricerche impossibili su Google.com, cercando “Viagra” il terzo risultato (valore: milioni di euro!) era un post di Google+ del CEO di Dejan SEO (poi non ho seguito la faccenda). Se non bastasse, poco tempo fa, gli stessi colleghi di Dejan si sono posizionati 1° per “Rand Fishkin” e hanno “hijackato” numerose altre keyword impossibili (questo è il caso studio).

Il secondo articolo che è diventato abbastanza virale sull’argomento, nel momento in cui scrivo il post non ha neanche 24h di vita, è questo articolo di econsultancy.com sugli anchor text per il 2013. Anche in questo caso, centinaia di tweet e commenti, per un articolo che, seppur tecnicamente più corretto e completo, è composto da 7 semplici punti messi a lista.

Personalmente non ho alcun caso studio (degno del nome) da poter proporre, dato che per fare un caso studio sull’incidenza degli anchor text bisognerebbe preparare una notevole quantità di materiale, monitorare costantemente i link, l’uptime dei link, la velocità di rilevazione di Google, WMT, e tutto il resto.

In questo post, invece, vorrei dare la mia visione generica del concetto di anchor text post Penguin e mi imbarco in vari esempi pratici, cosa che a noi piace più della teoria, no? 😀

Dopo l’uscita di Penguin e a seguito dell’inasprimento dell’algoritmo di Google nei confronti dei link arbitrari, ossia quei link intenzionalmente inseriti nel web, a differenza dei mitologici link naturali, ossia quei link spontaneamente usati dall’utenza, la gestione degli anchor text è diventata una priorità essenziale per ogni SEO.

La pulce nell’orecchio

Il mio focus personale sull’argomento nasce dall’evento SEOpocalisse che si è tenuto a Roma e che ha riunito vari SEO da tutti Italia che ho avuto il piacere di conoscere. Marco Maltraversi, che è stato anche relatore all’evento con un talk sugli strumenti SEO,  ha “messo la pulce nell’orecchio” mio e di Emanuele, con un concetto che vi semplifico in: una quantità (e qualità) di anchor text troppo innaturali (come eravamo quasi tutti abituati a utilizzare) può far scattare un algoritmo stile on/off che causa una grossa penalizzazione automatica.

Un nostro sito (forse) penalizzato causa anchor text

Personalmente avevo sempre avuto l’idea che ci fosse una sorta di filtro o di “funzione algoritmica penalizzante” ma che fosse semplicemente una curva per cui l’eventuale penalizzazione sarebbe stata graduale e spalmata nel tempo. Dopo il suggerimento di Marco, effettivamente, io e Emanuele abbiamo ripensato a un caso particolare che ci è successo qualche settimana prima sul settore della seduzione: abbiamo un sito PMD (www.keyword+parola.it) che per “keyword” aveva sempre avuto un posizionamento “buono”: eravamo mediamente 14°-16° (il settore è ultrasaturo di EMD e la key è ultra competitiva). Dopo alcune settimane di link building e dopo una grandissima quantità di contenuti originali e unici di supporto, il sito sparisce dalle SERP in una notte anche cercando il nome dominio.

Il sito è pulitissimo sotto ogni punto di vista, con onestà

Su questo sito ero certo al 100% di aver fatto tutto correttamente: non avevamo neanche una virgola fuori posto ma, anzi, avevamo addirittura degli contenuti aggiuntivi (che non erano pensati per posizionarsi in prima persona) di altissima qualità. Onpage il sito era tranquillissimo e i link erano classiche directory, article e social (ultra testati e ultra affidabili). L’unica cosa che poteva averci causato dei problemi era l’anchor text dato che la keyword, in realtà, è una lunga phrase composta da 4 parole e, per questo, non sono riuscito a utilizzare varianti di keyword significative negli anchor text.

[Attualmente stiamo conducendo un test su questo dominio: dato che gli anchor erano per il 90-95% quasi identici {keyword esatta}, poco tempo fa ho fatto una grossa quantità di link building neutro con chiavi tutte diverse tra di loro. Purtroppo questa SERP è particolarmente lenta, sembra che viene aggiornata si e no una volta ogni due settimane, quindi i risultati stentano a arrivare {WMT ha rilevato neanche il 10% dei link che ho fatto}. Nel caso il sito si riprendesse al 100% , come credo succederà, farò un bel caso studio approfondito =)]

Insieme alla link building, deve esserci l’anchor text planning

Questa premessa riguardo questo nostro caso specifico è per anticipare la parte principale: se, e ribadiamo se visto che è tutto da verificare, esiste una penalizzazione molto incisiva che si basa unicamente sulla qualità (differenziazione letterale) e quantità (percentuali) degli anchor text, forse è giunto il momento di ripensare la propria strategia di link building.

In questa sede non ci soffermeremo sulla fonte del backlink, sul PR del dominio in cui c’è il link, sul testo intorno al link, sul fatto che sia follow o nofollow, e via dicendo. Parliamo semplicemente dei trucchi e degli stratagemmi per variare efficamente gli anchor text.

Andiamo sul concreto

Partiamo dal presupposto che gli anchor text dovrebbero essere, o apparire, il più naturali possibili. Questa è una legge, o un dogma che pochi articoli si ricordano di sottolineare. Dobbiamo dare l’illusione a Google che il nostro profilo link sia il più spontaneo possibile, anche se al 100% è stato creato da noi.

Come sono fatti degli anchor text naturali? Bhe, basta prendere un sito che è diventato virale o che per qualche altro motivo ha ricevuto una quantità epica di backlink: troveremo anchor text di tutti tipi, cose assurde e, sopratutto, troveremo ben poche ancore esatte o parzialmente esatte.

Come il bell’h2 recita: andiamo sul concreto, basta teoria! Prendiamo una keyword secca per la quale sarebbe molto difficile posizionarsi: “Movimento”. Mi dispiace per chi si aspetta siti di anatomia, fitness.. Mi dispiace anche per chi vorrebbe Wikipedia al 1° posto o qualche altro sito istituzionale.. il primo risultato è il sito del Movimento 5 Stelle. Secondo voi Beppe Grillo sta pagando un SEO per posizionarsi 1° per “Movimento”? Io credo proprio di no. In questo caso, quindi, troveremo sicuramente un profilo di anchor text sicuramente spontaneo, proviamo a fare un estratto (in ordine dall’ancora più usata a quella meno usata):

Troviamo tante ancore interessanti! A parte le key esatte, i riferimenti alle stelle e al nome del fondatore, trovo delle key molto particolari come:

  • navigazione
  • cere
  • il dottore
  • rimbocchiamoci le maniche e riformiamo il sistema
  • acqua energia trasporti sviluppo ambiente
  • new age

Da SEO, onestamente, vi verrebbe mai in mente di linkare una pagina del cliente con “new age” o “il dottore” per posizionarlo per “Movimento”? Non dite bugie! 😀

Dopo aver analizzato questo caso concreto, anche se ce ne sarebbe centinaia da analizzare per divertimento, passiamo a un pò di esempi concreti per variare artificialmente le nostre ancore.

Trucchi per variare gli anchor text

Una percentuale, non necessariamente maggioritaria, degli anchor text dovrà ovviamente riguardare la key esatta ma, a differenza del passato in cui si bombardava Google con l’exact match keyword fino a saturarlo, oggi la % di anchor text esatte dovrebbe essere ridimensionata. Marco Maltraversi fissa la soglia dell’anchor text esatto pre-penalizzazione al 60% del totale (qualche blog riporta vagamente la stessa percentuale). Un test sulle % sarebbe bello da fare ma è molto difficile da organizzare con precisione.

Ma ora passiamo a un pò di stratagemmi tecnici e letterali per variare i nostri anchor text.

Anchor text: gli URL

Inizio direttamente parlando degli anchor con URL perché sono i primi che vengono trascurati/sbagliati da molti SEO. Nella quasi totalità dei siti con backlink naturali gli anchor con URL sono sempre presenti e ci sono SEMPRE tantissime varianti perché, appunto, è naturale che ci siano.

Generalmente siamo abituati a usare l’anchor ma è bene utilizzare varianti del tipo:

Che possono essere utilizzate anche per deep links, perché è naturale farlo. Molto spesso accade di linkare un deep link di un sito usando come ancora l’intero dominio, perchè anche in italiano è più fluente, ad esempio:

“Hai un sito? Scopri perché Espertoseo.com è l’agenzia SEO numero 1″

In questa frase ho utilizzato l’ancora “espertoseo.com” per linkare la sottopagina espertoseo.com/servizi. E’ perfettamente naturale e spontaneo (vi immaginate se avessi scritto “scopri perché http://www.espertoseo.it/servizi/ è l’agenzia SEO numero 1“?)

Anchor text: il brand, se presente

Nei casi in cui, realmente, abbiamo un brand da spendere (i domini EMD non sono considerati brand) è quasi indispensabile che una grande percentuale di anchor text sia brandizzata.

La prima anchor text in entrata di www.ebay.it è “Ebay“, non è aste, prodotti in asta, vendita tra privati ecc

Guardando il profilo di backlink di ebay, oltretutto, dobbiamo andare verso il 30°-40° posto per incominciare a trovare degli anchor text non-brand e non-url: quindi è bene utilizzare SEMPRE queste due forme di anchor text.

Prendendo d’esempio Youtube.com, oltre al classico brand “youtube” è possibile trovare tante varianti che siano naturalmente plausibili:

  • Youtube
  • youtube
  • YOUTUBE
  • YouTube
  • YouTUBE
  • YOUtube
  • YOUTube

Nel caso in cui il brand sia più spontaneamente “divisibile” è naturale aspettare degli anchor text brandizzati spezzati, del tipo:

  • Mc Donald
  • MC Donald
  • MC DONALD
  • Mc Donald’s
  • Mc Donalds
  • MC Donald’s
  • MC Doanlds
  • MC DONALD’S
  • MC DONALDS
  • MC DONALD’s
  • mc donald
  • mc donald’s
  • mc donalds
  • e via dicendo

Anchor text: varianti della keyword

Variare la keyword ( o keyphrase) è un aspetto cruciale e complesso: in teoria andrebbe analizzato caso per caso perché è difficile dare indicazioni precise. In questo caso posso dare delle indicazioni generali che saranno sicuramente di aiuto:

Per la maggiorparte delle keyword è possibile utilizzare i singolari, plurali, maiuscole e errori frequenti. Ad esempio per la keyword “Prefabbricato in legno” alcune key potrebbero essere:

  • Prefabbricato in legno
  • prefabbricato in legno
  • Prefabbricati in legno
  • Prefabbricato legno
  • Prefabbricati legno
  • Prefabricati in legno
  • Prefabricati legno
  • Prefabbricati in lengo
  • ecc

Anche il verbo, se possibile, è funzionale. Google, per la stessa ricerca, evidenzia in grassetto sia Donazione che Donare, attribuendo lo stesso valore alle stesse.

Un’altro modo !sottovalutato! per variare gli anchor text è scovare (spesso è difficile) le keyword che sono considerate sinonimi da Google o abbreviazioni/nicknames di altre keyword. Ad esempio, cercando “barca” su Google che cosa vi aspettereste? Imbarcazioni in vendita? Wikipedia che vi spiega cos’è una barca?

No: il 1° risultato è il sito della squadra di calcio Barcellona. Se provate a fare la ricerca, oltretutto, Google evidenzia in grassetto la parola “Barcelona” che, per lui, è un vero e proprio sinonimo di barca.

Altro esempio ultra commerciale: cercando “vestiti uomo” i primi risultati nella SERP hanno la phrase “abbigliamento uomo” (tutta in grassetto) e mai la parola “vestiti“. Riflettete su questo.

Anchor text: neutro

L’anchor text neutro è SEMPRE presente nei siti naturali. In certi casi la quantità di anchor text neutri può superare quella degli URL o i brand, ma sono sempre numerosi, è inevitabile.

L’anchor text neutro per eccellenza è “clicca qui” che viene tuttora utilizzato tantissimi per tanti link.

Fare una una lista degli anchor text potenzialmente neutri è impossibile perché, da un punto di vista teorico la formula potrebbe essere:

$anchor-neutri = $dizionario – $anchor-url – $anchor-brand – $anchor-key – $anchor-variazioni-key

In pratica esistono migliaia di parole non correlate al tema, all’url o al brand del sito in esame. Le particelle neutre più comuni sono sicuramente:

  • Qui
  • Clicca qui
  • Questo
  • Questa
  • Questo sito
  • Questa pagina
  • Questo articolo
  • Vai
  • Vai al sito
  • Visita il sito
  • WWW
  • www

Oltre agli anchor text più “neutrali” e distanti, è possibile ideare degli anchor, seppur neutri, ma correlati semanticamente al tema del nostro sito (questo tipo di anchor, si dice, sarà sempre più rilevato dai motori di ricerca).

Anche in questo caso, è impossibile fare una lista perché bisognerebbe analizzare caso per caso. Ma provo a fare un esempio per chiarire: il blog di Esperto SEO, come questo post dimostra, spesso contiene degli articoli SEO interessanti.  Non mi sorprenderei, per esempio, se tra gli anchor text in entrata di “espertoseo.com/blog” ci fosse qualche ancora particolare (letteralmente neutra ma semanticamente correlata) del tipo:

  • casi studio originali
  • test e indagini approfondite
  • ultime novità in tempo reale

Queste 3 phrase (totalmente inventate ma plausibili), se ci pensate, sono tecnicamente neutre: non hanno brand, non hanno url di espertoseo, non c’è la parola SEO né la parola BLOG, non ci sono sinonimi accettati da Google (grassetto) né per la parola ESPERTO, né SEO, né BLOG, ma è probabile che Google, se non ora nei prossimi anni, riesca a “interpretare” il significato di queste ancore attribuendo all’url di destinazione (il blog) un valore aggiunto da un punto di vista “giornalistico”, “informativo” e quindi una maggiore attinenza alla sfera delle notizie, news, indagini, statistiche, ecc.

Anche se, a prima vista, la phrase “ultime novità in tempo reale” non sembra molto utile per chi vuole posizionarsi per “Blog SEO”, questo tipo di frasi semantiche sono sempre più sottovalutate dai SEO che puntano sulla vecchia strategia di ancore 1.0 che è ormai superata.

Anchor text: lunghe phrases

Lascio per ultima questa categoria perché, generalmente, è quella presente in minor percentuale anche nei profili naturali. Spesso gli anchor text molto lunghi (da 5 parole in su) vengono totalmente dimenticati dai SEO ma credo che siano un’ottimo modo per attribuire valore aggiunto a un link e a differenziarlo dagli altri (oltre che a contribuire alla differenziazione generale degli anchor).

Un esempio di anchor text con phrase lunga lo avete visto in cima a questo post (non era programmato, è il mio modo naturale di linkare. Notate che ho detto NATURALE?). Per linkare gli articoli che io considero deludenti sotto il punto di vista anchor text, io ho usato questi due anchor:

  • questo articolo di econsultancy.com sugli anchor text per il 2013
  • caso studio proposto da SEOmoz sugli anchor text post Penguin

Nel primo anchor text, ad esempio, c’è un buon numero di parole e particelle neutre, c’è una parola semantica da correlare alla blogosfera “articolo”, c’è il brand econsultancy.com che incrementa l’authority del dominio, c’è la keyword esatta dell’argomento del post “anchor text” e c’è addirittura la data per incrementare (forse) il freshness.

Tutto questo è stato spontaneo dato che prima ho scritto il paragrafo e poi ho scelto la frase da linkare più idonea e esplicativa (molti fanno il contrario: prima pensano alla keyword [generalmente esatta o comunque corta] e poi costruiscono la frase intorno alla stessa).

Dato che la maggiorparte di bloggers e giornalisti agiscono proprio in questo modo pulito (prima scrivono e poi, eventualmente, linkano, perché è questo il loro lavoro) è per questo che generalmente otteniamo delle ancore molto lunghe da siti di qualità, grandi testate giornalistiche o tramite citazioni di altri blog di settore&co.


Per concludere: ci sarebbero tantissimi altri aspetti di cui discutere riguardo gli anchor text ma, oltre alla lunghezza oserei dire (purtroppo) non convenzionale per la media dei blog SEO italiani, non vorrei entrare eccessivamente nel tecnico sia perché potrebbe essere noioso, sia perché, tutto sommato, tu, caro lettore, sei un nostro potenziale competitor nel mercato SEO!

Se vi è piaciuta l’analisi, non chiedo link, ma magari una condivisione o un bel commento ragionato con la vostra opinione mi piacerebbero davvero 🙂

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Facebook Graph Search

Facebook Graph Search è arrivato: rivoluzione?

Anche se sono le 23:45, un vero SEO non riposa ma è sempre vigile 🙂 Alcuni amici su Facebook e Google+ hanno condiviso le notizie recenti (sopratutto questo articolo di SearchEngineLand) che certificano la presentazione del nuovo Facebook Graph Search, la ricerca social basata sulle regole e gli algoritmi del noto social network. Per chi si è già finito le unghie, vi dico che tramite questo link è possibile registrarsi al beta test per provare il nuovo strumento (già in italiano) proposto da Facebook. (adesso la beta è aperta solo agli inglesi e, ovviamente, il buon Sullivan si è già divertito con il tool regalandoci qualche screen in questo articolo.

Zuckerberg, durante la presentazione del tool, pare abbia detto che “Graph search is not web search” ossia che il nuovo motore social non è da intendersi come sostituto o alternativo al motore di ricerca classico (anche se tutti sappiamo, o facciamo finta di non sapere, che ci sarà uno scontro di numeri epico tra Facebook, Google e Bing nei prossimi giorni).

Facebook ci dice che con il nuovo Graph Search puoi “Trovare più risultati per le tue ricerche tramite i tuoi amici e le tue connessioni.

Come il già citato Danny Sullivan ci suggerisce, nel post dedicato alle tecniche SEO da applicare al Graph Search, “Search results, Facebook says, will be created by a combination of information created/shared by the business (Pages) and connections of the person doing the search (friends, likes, check-ins, etc.).” ossia: Facebook ci comunica che i risultati del Graph Search verranno creati tramite una combinazione di informazioni create/condivise dalle pagine business del social e dalle connessioni delle persone che fanno le ricerche (amici, like ecc).

Nell’articolo citato, il CEO di SearchEngineLand non si addentra in modo approfondito nei risvolti SEO di questo nuovo strumento (anche perché è stato lanciato veramente qualche minuto fa) ma se è vero che Facebook considererà i like in questo modo, i vari siti di like sharing subiranno un’ondata di traffico già nelle prossime settimane. La mia opinione, se così stanno le cose, è che ci sarà un incremento esponenziale e drammatico dello scambio/vendita/acquisto di like e friendship su Facebook che creerà grossi squilibri già nei primi mesi di lancio di questo nuovo motore di ricerca sociale.

Facebook ci dice esattamente che “Con la ricerca tra le connessioni di Facebook puoi trovare persone, luoghi e cose ed esplorare Facebook in un modo completamente nuovo.

Ma anche “Puoi trovare le persone in base a cosa hanno condiviso con te, ad esempio i loro interessi e le informazioni presenti sul loro profilo. I risultati includeranno gli amici che condividono la loro città con te, le persone che hanno scelto l’impostazione Pubblica per questo campo e una serie di risultati suggeriti, in base alle informazioni condivise con te.” e, proseguendo, “Puoi trovare le foto che avete pubblicato o in cui siete stati taggati tu e i tuoi amici. Gli altri vedranno tutte le foto che sono autorizzati a vedere su Facebook, comprese quelle nascoste sul tuo diario.”.

Infine, per chi non vede l’ora di provare il nuovo motore sociale, Facebook precisa che: “Per consentirti di sfruttare al meglio la ricerca tra le connessioni di Facebook, abbiamo lanciato un periodo di test limitato riservato a coloro che usano il sito in inglese americano (English US). Se desideri essere tra i primi a provare questo strumento nel tuo Paese, iscriviti alla lista d’attesa

Se, come spero, Facebook darà il via libera ai beta testers in ordine cronologico di registrazione (altrimenti quale parametro dovrebbe seguire?!) io, fortunatamente, sarei uno dei primi, in quanto credo di essere stato in assoluto uno dei primi italiani a effettuare l’iscrizione. Seguite il blog per rimanere aggiornati =)

Nell’articolo riguardo i risvolti SEO del nuovo motore FB, SearchEngineLand riassume in questi punti le azioni da fare per garantirsi un buon posto nei nuovi risultati sociali (anche se, queste affermazioni, devono ancora essere verificate in toto):

  • The name, category, vanity URL, and information you share in the “About” section all help people find your business and should be shared on Facebook.
  • If you have a location or a local place Page, update your address to make sure you can appear as a result when someone is searching for a specific location.
  • Focus on attracting the right fans to your Page and on giving your fans a reason to interact with your content on an ongoing basis.

In pratica, per essere sintetici, ci consiglia di utilizzare tutti i campi che Facebook ci offre per inserire informazioni appetibili per il social engine, ivi compresa la sezione About della pagina. SEL ci consiglia di curare l’aspetto local delle pagine (ma spero che non ci sia bisogno di ricordarlo a nessuno) e ci consiglia di attrarre quanti più fans (veri? fake? vedremo!) che dovranno, possibilmente, interagire con il contenuto della pagina su una “ongoing basis” ossia con cadenza, più o meno, periodica.

Una chicca divertente: il motore Facebook, oltre a incorporare dei “classici” risultati sociali, sembra che avrà una buona quantità di risultati semantici incorporati. In questo esempio è stato individuato un risultato semantico relativo al meteo, proprio come sta facendo Google:

E chi lo sa, magari un giorno (o forse già è previsto) incorporerà i famosi risultati per trovare un hotel nei paraggi di una determinata destinazione, i risultati per trovare l’autobus che ci porta a un concerto insieme a nostri amici e conoscenti, i risultati che “ci organizzano la serata” in base ai gusti e alle decisioni già prese dai nostri migliori amici, e via dicendo.

Tornate a visitare il nostro blog o aggiungete me e Emanuele su Google+ per rimanere aggiornati sulla faccenda dato che, lavoro e urgenze permettendo, sicuramente saremo i primi a sbizzarrirci con prove e test seri 🙂

 

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Un comando base del robots.txt sbagliato anche da SEOmoz

Scrivo questo mini post solo per chiarire la sintassi corretta di un comando del Robots.txt che viene sbagliato da moltissime persone.

Dopo aver letto il nuovo post di SEOMoz che spiega ai neofiti i comandi base del robots.txt, mi sono messo anche io a fare il mini-test interattivo (leggetelo tutto l’articolo dato che è fatto molto bene).

[info_box] PS. Nei commenti del post potete notare il mio commento e la replica rapida dell’autore che gentilmente correggerà l’articolo. [/info_box]

Tra i vari comandi base c’è anche per quello indicare la sitemap al Robots.txt. SEOMoz, come svariati altri siti, sbagliano nello spiegare la sintassi di questo utilissimo comando.

Nell’articolo, infatti, viene indicata la sintassi:

Sitemap: /nome-sitemap.xml

Che purtroppo è totalmente sbagliata: Google non considererà assolutamente nome-sitemap.xml.Allo stesso modo se avessimo indicato solo nome-sitemap.xml senza lo slash, il risultato sarebbe stato uguale: Google avrebbe ignorato quella riga.

Qual’è la sintassi corretta? La sintassi corretta, nonché unica, è:

Sitemap: http://www sito it / nome-sitemap. xml

Questo è l’unica sintassi che Google accetta per la dichiarazione di una sitemap nel robots.txt, l’url deve essere sempre assoluto.

Basta fare una rapida prova sul proprio Webmaster Tools, cambiando la riga del Robots.txt in questione, per accorgersi di questi risultati:

Purtroppo questo è un errore frequente, perché è quasi impossibile trovare riferimenti in merito. (ho notato che altri blog seo, anche inglesi, continuano a indicare la versione con path relativa nelle proprie “guide seo” continuando a disinformare gli utenti).

Nel web ci sono numerosissimi siti di rilevanza nazionale/internazionale che sbagliano la sintassi (esempio istituzionale, esempio business).

I credits per questa chicca non sono miei: Emanuele Tolomei, qualche mese fa, mi ha segnalato quell’errore su Google Webmaster Tools per il sito di un nostro cliente e, anche se un pò perplesso, ho incominciato a indagare (dato che molti siti SEO famosi mi dicevano che la sintassi era corretta) e dopo alcune prove in ufficio ho scoperto che la path assoluta è l’unica accettata da Google.

Buono a sapersi 🙂

L’Eye Tracking sulle SERP

Come molti già sanno, l’Eye Tracking è una tecnica che permette di monitorare lo spostamento dell’occhio umano di fronte a una determinata immagine o video, per analizzare in modo molto dettagliato le aree a più alto interesse visivo.

L’attenzione dell’utente è importante in ambito SEO e Web Marketing. Se, generalmente, sentiamo parlare di Eye Tracking effettuato su siti web (spesso ecommerce) per ottimizzare e potenziare la visibilità di determinate aree di un sito, è altresì importante studiare il tracciamento visivo anche sulle SERP dei motori di ricerca.

L’attenzione su questo tema, spesso sottovalutato, nasce anche da un recente studio/test (che a noi piacciono molto!) effettuato dai colleghi sperimentatori di Dejan SEO. Tramite questa pagina, è possibile partecipare al loro recentissimo test: ci viene mostrata l’immagine di una SERP priva del testo e ci viene chiesto di cliccare sul risultato che, istintivamente, ci piace di più. Un codice javascript registra la posizione del nostro click e lo inserisce in un database, tramite il quale viene effettuato questo Click Tracking (un pò diverso dall’Eye Tracking, ma comunque interessante).

In quest’altra pagina, invece, vengono proposti i primi risultati sperimentali del test (da notare che il test è recentissimo, ma è già interessante notare che il nono risultato, avente l’author, riceve quasi gli stessi click del terzo risultato).

Questo è lo screen:

Il test che sta effettuando Dejan SEO è interessante e va sicuramente monitorato. Nel tempo, comunque, ci sono stati numerosissimi studi, sopratutto con l’Eye Tracking, che sono interessanti da studiare. Solo per citare due esempi famosi:


1) In questo articolo di SEOmoz dedicato all’Eye Tracking su una SERP di Google emergono molte cose interessanti. Uno degli aspetti più divertenti del test è il fatto che il risultato è particolarmente differente in base alla “tipologia” di SERP che viene mostrata all’utente.

Ecco un paio esempi:

Ricerca per “migliore pizza in Chicago”  (forte dispersione dell’attenzione, causata principalmente dal numero elevato di risultati local)

Risultati per “come si fa una pizza”  (in questo tipo di SERP molto “tutorializzata” l’occhio finisce inevitabilmente sui risultati video)


2) Think With Google, portale interessantissimo powered by Google che contiene decine di studi, statistiche e risorse per developers e Web Marketers, ha pubblicato questo studio di Eye Tracking con comparazione tra SERP normali e mobile.

Google offre gentilmente la possibilità di embeddare l’intero studio, quindi per praticità lo facciamo:


Che opinione avete su questo tema così poco discusso, ma utilissimo per CTR e Marketing?

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